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7 vs 7. Perchè Schumacher ed Hamilton non sono poi così diversi...

Dusseldorf, pausa invernale 2011. 
Alla domanda di un giornalista Michael Schumacher rispondeva così riguardo le possibilità di Sebastian Vettel, all'epoca già più di una promessa della F1 moderna, di raggiungere i suoi record:"Di sicuro può riuscirci. Ho sempre detto che i record esistono per essere battuti, quindi perchè dovrei diversamente pensare dei miei record?". 
All'epoca, nonostante uno Schumacher tornato alle corse con Mercedes, con risultati tutt'altro che convincenti, non era per nulla immaginabile che qualcuno nel giro di pochi anni potesse pareggiare, se non superare, quello che il pilota tedesco aveva ottenuto nella sua carriera. Basta pensare che con i suoi 7 titoli mondiali, ha reso possibile l'impensabile, superando il record di 5 mondiali di Fangio stabilito negli anni '50. Senza voler citare i numeri da capogiro per vittorie, pole e giri record.
Quello che Schumi nove anni fa diceva ottimisticamente su Vettel si è materializzato col vincitore del GP più divertente dell'anno. Manco a dirlo, Lewis Hamilton. Settimo titolo mondiale anche per lui, semmai la notizia non vi fosse arrivata. Probabilmente il più semplice tra tutti quelli portati a casa, ma tanto basta per riscrivere un altro record, l'ennesimo. La commozione a fine gara non è certamente figlia del successo, ma per la consapevolezza, lucidamente acquisita negli anni, di quello che stava costruendo con le sue mani e col piede destro premuto sull'acceleratore. Rendersi conto non solo di aver realizzato un sogno nel cassetto, ma di aver raggiunto o superato, come già successo con Senna, chi da bambino quel sogno lo ha scatenato. Lo vivi, ma fai comunque fatica a crederci. Destino ha voluto che Mercedes scegliesse proprio Hamilton nel 2013 per sostituire Schumacher al suo secondo e definitivo ritiro dalle corse per rilanciare un progetto fino ad allora poco entustiasmante. Un passaggio non semplice per il britannico, che dopo il mondiale conquistato nel 2008, non era più riuscito a ripetersi. Errori e incostanza tali da far dubitare del suo talento, una scelta che a media ed ex piloti faceva presagire l'inizio del suo declino. Ma c'è altro che lega i due oltre i sette mondiali e lo scambio di sedile. Schumacher, nonostante i due mondiali consecutivi con la Benetton, ha visto oscurato le proprie qualità dai dubbi sulla regolarità delle vetture iridate. Il passaggio alla tutt'altro che competitiva Ferrari, rappresenta, come avvenuto per Hamilton, una più profonda ricerca di sè stessi che non la volontà di dimostrare qualcosa agli altri. Il resto, per entrambi, evidentemente, è storia. Nonostante fuori dalla pista siano tutt'altro che somiglianti, indossati tuta e casco sono incarnazione di una forza di volontà devota al superamento dei propri limiti, guidata da una mai paga soddisfazione di quanto ottenuto. Non che fosse poco, ai loro occhi oltre che ai nostri, ma una fame e una foga cieche, mosse da passione e talento trascendentale, valle a fermare così facilmente. E valle a trovare altrettanto facilmente. Movimenti interiori, se così li possiamo chiamare, incontrollabili a tal punto da aver annebbiato le loro straripanti capacità di guida ad inizio carriera, mettendoli spesso sul banco degli imputati, attirando critiche feroci di avversari e media, e che a loro spese hanno pagato con ambizioni di titolo infrante. La lucidità di prendere gli errori non come limiti invalicabili da accettare sommessamente, ma come distanza da una asintotica perfezione che andasse ricercata, sfiorata e mai raggiunta. Alzare l'asticella di un pò alla volta finchè basta a rincorrerla perpetuamente. Attitudine che li ha condotti verso una esplosiva e dilagante maturità, che può essere giustificata solo attreverso una mistica se non divina incalanazione di energia dedicata e destinata all'annullamento dei propri limiti quando seduti dietro ad un volante. Capaci di triturare psicologicamente avversari, dominare stagioni intere, ammazzare gare con una semplicità disarmante, senza che vi fosse nessuna ragione umanamente e sportivamente comprensibile. E qui avremmo diverse gare da consigliare che varrebbe la pena rivedere. Tutto ciò ha un suo risvolto, discutibile, ma che non può essere trascurato. Quando si vince tanto e in un certo modo, in uno sport come la Formula1 sorge quasi naturale il dubbio che o parte dei meriti sia da attribuire a vetture sopra la norma o a demeriti di avversari non al livello. Una risposta che ci spiattelli la verità e ci dia una portata oggettiva e quantitiva delle capacità di questi piloti non è possibile trovarla. Ma è altrettanto indubbio che parte di questi successi sia arrivata contro piloti eccezionali e vetture stratosferiche. La loro grandezza può e deve essere ricercata anche per come inconsapevolmente hanno modificato e mosso lo spazio-tempo intorno a sè. Piloti che oltre a sfidare le leggi della fisica a loro modo hanno sfidato anche quelle dello spirito. Cascate di sentimenti, emozioni, passione quasi divina per chi ama questo sport o chi grazie a loro due si è preso una cotta per della fibra di carbonio colorata che va a trecento all'ora. Per i più nostalgici ma anche per i più sintetici, incontro ravvicinato che da senso alle  nostre considerazioni. Monza 2011, Schumacher difende come se non ci fosse domani, Hamilton cerca spazio dove non esite.

A cura di Emanuele Lattanzio

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